
A mio parere un racconto è più Buzzati di altri, e più di tutti ne esprime la spesso incompresa genialità: La goccia. Di cosa parla La goccia?
C’è una goccia che sale le scale di un condominio (o meglio: salendo le scale, attraversa i piani del condominio). Stop. Il racconto non dice nient’altro. C’è solo una goccia attraverso scale, che sale. Va su «di gradino in gradino».

Se il lettore vuole sapere altro, resterà deluso. Se il lettore chiede a Buzzati di spiegare il “perché”, non avrà risposta. Se il lettore cerca un senso, ne assaporerà la contraddizione.
Non ci sono, in questo geniale bellunese, i divertissement borghesi [«Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: - domandano con esasperante buona fede – un topo forse? Un rospetto uscito dalla cantina? No davvero»], le allegorie avanguardistiche [«E allora – insistono – sarebbe per caso un’allegoria?»], la spettacolarità della morte [«Si vorrebbe, così per dire, simboleggiare la morte?»], l’urgenza della crisi [«o qualche pericolo?»], il tempo [«o gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale»], i ricordi ancestrali [«O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere?»], le speranze salvifiche [«Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità?»], la poesia [«Qualcosa di poetico insomma? No assolutamente»] – ed infine non troverà nemmeno ciò che solitamente è offerto dopo ogni distruzione narrativa: le Utopie [«Oppure i posti più lontani ancora, ai confini del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico»].
Per quanto strano possa sembrare, l’immensa, acutissima genialità di Buzzati sta in questo: «Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura».
Un intellettuale che, come pochissimi, ha saputo dipingere un’umanità strana, in fuga dalla mostruosità guerriera alla mostruosità “ragioniera” (à la Fantozzi), così imbarazzata dal passato da trovarsi senza futuro. Un’umanità senza tempo, quella di Buzzati: il passato (le Guerre) da nascondere, il futuro (sulla luna?) impossibile da concepire … restava solo un presente iper-diltato, iper-reale. Un presente senza presente: così la goccia sale, sale e sale. Lo fa di notte, nel silenzio … nel (altra parola chiave in Buzzati) mistero.
Forse, se qualcosa, leggendo Buzzati, può dar pace all’animo è solo il mistero. Non tanto perché riecheggia in esso qualche antichità vergine, quanto piuttosto perché nel mistero nulla è ancora deciso: può darsi una possibilità negativa, come una positiva. Nel mistero la goccia può salire le scale, come non farlo e tacere: «Ora molte orecchie restano tese, nel buio, quando la notte è scesa a opprimere il genere umano. E chi pensa a una cosa, chi a un’altra. Certe notti la goccia tace. Altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare». Di notte si concentrano le infinite possibilità, e l’universo misterioso è ancora capace di destare nell’intellettuale un’angoscia innocente (un po’ come l’infantile paura del buio).
Nel mistero si torna poeti.
Buzzati scrive a noi uomini-goccia, di storie-goccia e con racconti-goccia. La sua capacità nel farlo lo consegna al destino eterno dei grandi della letteratura.
P.S. citazioni da La goccia, in D. Buzzati, La boutique del mistero, Mondadori, Milano, 2007.
Luca